Edo timeless

E’ a partire dalla seconda metà dell’Ottocento che in Europa si comincia a parlare di “Japanisme”. Con tale termine si fa riferimento, infatti, ad un determinato periodo della storia dell’arte durato oltre cinquant’anni in cui l’accettazione di motivi figurativi nipponici si fa palese e manifesta. In un momento storico in cui la ricerca di una naturalità perduta e di luoghi incontaminati diventa un’esigenza fondamentale per l’uomo travolto dalla rivoluzione industriale, il Japanisme è solo uno degli aspetti dell’arte, accanto al primitivismo e all’esotismo, che manifestano, appunto, la necessità di una fuga verso l’altrove, verso mondi lontani e sconosciuti. A ciò si aggiunga nel 1853 l’importanza storica di un avvenimento come la forzatura del blocco navale dei porti giapponesi che durava da oltre due secoli e la conseguente penetrazione da parte degli Europei in luoghi ritenuti fino ad allora impenetrabili. Presto la fotografia, al seguito di amatori e di professionisti, invade anche queste terre. Ciò che ne risulta è il ritratto di una società quasi avulsa dal tempo, che lentamente si apre alla cultura occidentale senza tuttavia manifestarne ancora segni evidenti. Tra le immagini in mostra non potevano mancare quelle di Felice Beato, fotografo tra i più noti dell’Ottocento, che a partire dai primi anni Sessanta si trasferì in Giappone ove risiedette per più di vent’anni. Qui, dapprima in società con l’artista Charles Wirgman e successivamente in proprio, creò un vasta documentazione fotografica dei luoghi, delle vedute e degli abitanti del paese. Molte di queste immagini avrebbero poi costituito il suo celebre volume, Native Types. In quegli stessi anni operava, sempre in Giappone, il barone Raimund von Stillfried le cui opere, prevalentemente ritratti in studio con fondali neutri, pongono l’attenzione sull’interiorità e sui costumi sociali dei suoi soggetti. Lo sguardo è quello tipicamente occidentale di chi osserva usi e abitudini fino ad allora poco conosciute cercando di farne un ritratto “realistico”, documentando e classificando usanze e stili di vita per noi inusuali. Tra gli assistenti del barone, Kusakabe Kimbei, altro fotografo in mostra, dopo aver lavorato a stretto contatto con von Stillfried, decise di aprire un proprio studio a Yokohama e presto diventò famoso per le sue immagini meticolosamente composte che ritraevano i costumi tipici del Giappone. Classiche e allo stesso tempo minuziose vedute panoramiche, eredi della dettagliata iconografia delle stampe giapponesi, mostrano scene di vita quotidiana dove si respira il ritmo lento di un paese ancora rurale. I colori, in queste immagini come in tutte quelle esposte in mostra, sono quelli delicati della pittura ad acquarello. Ogni fotografia, per un anelito di verosimiglianza, è accuratamente dipinta a mano secondo un’usanza piuttosto diffusa nell’Ottocento. In questo contesto, tuttavia, tale consuetudine assume una valenza particolare: le fotografie, così colorate, vogliono sì essere più vicine al reale, ma allo stesso tempo ricongiungersi ad una precisa tradizione, quella artistica giapponese, in cui la stesura del colore è elemento non solo fondamentale, ma specificatamente culturale. I ciliegi in fiore, i volti d’alabastro, l’azzurro del fiume, la neve sul monte Fuji, che evocano la realtà e il ricordo di un mondo lontano, hanno contribuito a formare negli Occidentali quella visione mitica del paese che è stata alla base del Japanisme.

15 settembre – 17 marzo 2017
MUSEO D’ARTE ORIENTALE CHIOSSONE
Piazzale Giuseppe Mazzini, 1 – Genova
a cura di Donatella Failla